VISITA PASTORALE ALLA CASA CIRCONDARIALE NUOVO COMPLESSO DI
REBIBBIA (ROMA)
, 18.12.2011
Alle ore 9.30 di oggi, quarta domenica di Avvento, il Santo Padre Benedetto
XVI ha lasciato in auto il Vaticano per recarsi in Visita Pastorale alla Casa
Circondariale Nuovo Complesso di Rebibbia (Roma).
Il Papa è giunto alle ore 10.00, accolto dall’On.le Paola Severino,
Ministro della Giustizia del Governo Italiano; dal Dr. Franco Ionta, Capo
Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria; dal Dr. Carmelo Cantone,
Direttore dell’istituto e da don Pier Sandro Spriano e don Roberto Guarnieri,
Cappellani del carcere.
L’incontro con i detenuti e gli agenti di Polizia penitenziaria è avvenuto
nella chiesa del carcere, intitolata al "Padre nostro". Qui, dopo i
saluti del Ministro della Giustizia, On.le Paola Severino, e del Cappellano, don
Pier Sandro Spriano, il Santo Padre ha pronunciato un discorso, rispondendo poi
ad alcune domande posteGli dai detenuti. L’incontro è terminato con la
"Preghiera dietro le sbarre" composta da uno dei detenuti e con la
recita del Padre Nostro e la Benedizione Apostolica.
Uscendo dalla chiesa, sul piazzale antistante, il Papa ha benedetto un
cipresso piantato a ricordo della visita. Ha preso quindi congedo dalle
Autorità che lo avevano accolto all’arrivo e alle ore 11.30 ha lasciato la
Casa Circondariale per far rientro in Vaticano, dove lo attendevano i fedeli e i
pellegrini per la recita dell’Angelus.
Pubblichiamo di seguito il discorso che il Santo Padre ha rivolto ai detenuti
nel corso della visita, le risposte che ha dato alle domande di alcune di loro,
la preghiera del detenuto e le parole conclusive del Santo Padre:
Cari fratelli e sorelle,
con grande gioia e commozione sono questa mattina in mezzo a voi, per una visita che ben si colloca a pochi giorni dalla celebrazione del Natale del Signore. Rivolgo un caloroso saluto a tutti, in particolare al Ministro della Giustizia, On. Paola Severino, e ai Cappellani, che ringrazio per le parole di benvenuto, rivoltemi anche a nome vostro. Saluto il Dott. Carmelo Cantone, Direttore della Casa Circondariale, e i collaboratori, la polizia penitenziaria e i volontari che si prodigano per le attività di questo Istituto. E saluto in modo speciale tutti voi, detenuti, manifestandovi la mia vicinanza.
«Ero in carcere e siete venuti a trovarmi» (Mt 25,36). Queste sono le parole del giudizio finale, raccontato dall’evangelista Matteo, e queste parole del Signore, nelle quali Egli si identifica con i detenuti, esprimono in pienezza il senso della mia visita odierna tra voi. Dovunque c’è un affamato, uno straniero, un ammalato, un carcerato, lì c’è Cristo stesso che attende la nostra visita e il nostro aiuto. È questa la ragione principale che mi rende felice di essere qui, per pregare, dialogare ed ascoltare. La Chiesa ha sempre annoverato, tra le opere di misericordia corporale, la visita ai carcerati (cfr Catechismo della Chiesa Cattolica, 2447). E questa, per essere completa, richiede una piena capacità di accoglienza del detenuto, «facendogli spazio nel proprio tempo, nella propria casa, nelle proprie amicizie, nelle proprie leggi, nelle proprie città» (cfr CEI, Evangelizzazione e testimonianza della carità, 39). Vorrei infatti potermi mettere in ascolto della vicenda personale di ciascuno, ma, purtroppo, non è possibile; sono venuto però a dirvi semplicemente che Dio vi ama di un amore infinito, e siete sempre figli di Dio. E lo stesso Unigenito Figlio di Dio, il Signore Gesù, ha fatto l’esperienza del carcere, è stato sottoposto a un giudizio davanti a un tribunale e ha subito la più feroce condanna alla pena capitale.
In occasione del mio recente viaggio apostolico in Benin, nel novembre scorso, ho firmato una Esortazione apostolica postsinodale in cui ho ribadito l’attenzione della Chiesa per la giustizia negli Stati, scrivendo: «È pertanto urgente che siano adottati sistemi giudiziari e carcerari indipendenti, per ristabilire la giustizia e rieducare i colpevoli. Occorre inoltre bandire i casi di errori della giustizia e i trattamenti cattivi dei prigionieri, le numerose occasioni di non applicazione della legge che corrispondono ad una violazione dei diritti umani e le incarcerazioni che non sfociano se non tardivamente o mai in un processo. La Chiesa riconosce la propria missione profetica di fronte a coloro che sono colpiti dalla criminalità e il loro bisogno di riconciliazione, di giustizia e di pace. I carcerati sono persone umane che meritano, nonostante il loro crimine, di essere trattati con rispetto e dignità. Hanno bisogno della nostra sollecitudine» (n. 83).
Cari fratelli e sorelle, la giustizia umana e quella divina sono molto diverse. Certo, gli uomini non sono in grado di applicare la giustizia divina, ma devono almeno guardare ad essa, cercare di cogliere lo spirito profondo che la anima, perché illumini anche la giustizia umana, per evitare – come purtroppo non di rado accade – che il detenuto divenga un escluso. Dio, infatti, è colui che proclama la giustizia con forza, ma che, al tempo stesso, cura le ferite con il balsamo della misericordia.
La parabola del vangelo di Matteo (20,1-16) sui lavoratori chiamati a giornata nella vigna ci fa capire in cosa consiste questa differenza tra la giustizia umana e quella divina, perché rende esplicito il delicato rapporto tra giustizia e misericordia. La parabola descrive un agricoltore che assume degli operai nella sua vigna. Lo fa però in diverse ore del giorno, così che qualcuno lavora tutto il giorno e qualcun altro solo un’ora. Al momento della consegna del compenso, il padrone suscita stupore e accende un dibattito tra gli operai. La questione riguarda la generosità - considerata dai presenti ingiustizia - del padrone della vigna, il quale decide di dare la stessa paga sia ai lavoratori del mattino sia agli ultimi del pomeriggio. Nell’ottica umana questa decisione è un’autentica ingiustizia, nell’ottica di Dio un atto di bontà, perché la giustizia divina dà a ciascuno il suo e, inoltre, comprende la misericordia e il perdono.
Giustizia e misericordia, giustizia e carità, cardini della dottrina sociale della Chiesa, sono due realtà differenti soltanto per noi uomini, che distinguiamo attentamente un atto giusto da un atto d’amore. Giusto per noi è "ciò che è all’altro dovuto", mentre misericordioso è ciò che è donato per bontà. E una cosa sembra escludere l’altra. Ma per Dio non è così: in Lui giustizia e carità coincidono; non c’è un’azione giusta che non sia anche atto di misericordia e di perdono e, nello stesso tempo, non c’è un’azione misericordiosa che non sia perfettamente giusta.
Come è lontana la logica di Dio dalla nostra! E come è diverso dal nostro il suo modo di agire! Il Signore ci invita a cogliere e osservare il vero spirito della legge, per darle pieno compimento nell’amore verso chi è nel bisogno. «Pieno compimento della legge è l’amore», scrive san Paolo (Rm 13,10): la nostra giustizia sarà tanto più perfetta quanto più sarà animata dall’amore per Dio e per i fratelli.
Cari amici, il sistema di detenzione ruota intorno a due capisaldi, entrambi importanti: da un lato tutelare la società da eventuali minacce, dall’altro reintegrare chi ha sbagliato senza calpestarne la dignità e senza escluderlo dalla vita sociale. Entrambi questi aspetti hanno la loro rilevanza e sono protesi a non creare quell’«abisso» tra la realtà carceraria reale e quella pensata dalla legge, che prevede come elemento fondamentale la funzione rieducatrice della pena e il rispetto dei diritti e della dignità delle persone. La vita umana appartiene a Dio solo, che ce l’ha donata, e non è abbandonata alla mercé di nessuno, nemmeno al nostro libero arbitrio! Noi siamo chiamati a custodire la perla preziosa della vita nostra e di quella degli altri.
So che il sovraffollamento e il degrado delle carceri possono rendere ancora più amara la detenzione: mi sono giunte varie lettere di detenuti che lo sottolineano. E’ importante che le istituzioni promuovano un’attenta analisi della situazione carceraria oggi, verifichino le strutture, i mezzi, il personale, in modo che i detenuti non scontino mai una "doppia pena"; ed è importante promuovere uno sviluppo del sistema carcerario, che, pur nel rispetto della giustizia, sia sempre più adeguato alle esigenze della persona umana, con il ricorso anche alle pene non detentive o a modalità diverse di detenzione.
Cari amici, oggi è la quarta domenica dell’Avvento. Il Natale del Signore, ormai vicino, riaccenda di speranza e di amore il vostro cuore. La nascita del Signore Gesù, di cui faremo memoria tra pochi giorni, ci ricorda la sua missione di portare la salvezza a tutti gli uomini, nessuno escluso. La sua salvezza non si impone, ma ci raggiunge attraverso gli atti d’amore, di misericordia e di perdono che noi stessi sappiamo realizzare. Il Bambino di Betlemme sarà felice quando tutti gli uomini torneranno a Dio con cuore rinnovato. Chiediamogli nel silenzio e nella preghiera di essere tutti liberati dalla prigionia del peccato, della superbia e dell’orgoglio: ciascuno infatti ha bisogno di uscire da questo carcere interiore per essere veramente libero dal male, dalle angosce e dalla morte. Solo quel Bambino adagiato nella mangiatoia è in grado di donare a tutti questa liberazione piena!
Vorrei terminare dicendovi che la Chiesa sostiene e incoraggia ogni sforzo diretto a garantire a tutti una vita dignitosa. Siate sicuri che io sono vicino a ciascuno di voi, alle vostre famiglie, ai vostri bambini, ai vostri giovani, ai vostri anziani e vi porto tutti nel cuore davanti a Dio. Il Signore benedica voi e il vostro futuro!
[01821-01.01] [Testo originale: Italiano]
Risposta del Santo Padre
Grazie per le sue parole. Sento il suo affetto per il Santo
Padre, e sono commosso da questa amicizia, che sento da tutti voi. E vorrei dire
che penso spesso a voi e prego sempre per voi perché so che è una condizione
molto difficile che spesso, invece di aiutare a rinnovare l’amicizia con Dio e
con l’umanità, peggiora la situazione, anche interiore. Io sono venuto
soprattutto per mostrarvi questa mia vicinanza personale e intima, nella
comunione con Cristo che vi ama, come ho detto. Ma certamente questa visita, che
vuole essere personale a voi, è anche un gesto pubblico che ricorda ai nostri
concittadini, al nostro Governo il fatto che ci sono grandi problemi e
difficoltà nelle carceri italiane. E certamente, il senso di queste carceri è
proprio quello di aiutare la giustizia, e la giustizia implica come primo fatto
la dignità umana. Quindi devono essere costruite così che cresca la dignità,
sia rispettata la dignità e voi possiate rinnovare in voi stessi il senso della
dignità, per rispondere meglio a questa nostra vocazione intima. Abbiamo
sentito il Ministro della Giustizia, abbiamo sentito come sente con voi, come
sente tutta la vostra realtà e così possiamo essere convinti che il nostro
Governo e i responsabili faranno il possibile per migliorare questa situazione,
per aiutarvi a trovare realmente, qui, una buona realizzazione di una giustizia
che vi aiuti a ritornare nella società con tutta la convinzione della vostra
vocazione umana e con tutto il rispetto che esige la vostra condizione umana.
Quindi, io, in quanto posso, vorrei sempre dare segni di quanto sia importante
che queste carceri rispondano al loro senso di rinnovare la dignità umana e non
di attaccare questa dignità, e di migliorare la condizione. E speriamo che il
Governo abbia la possibilità e tutte le possibilità per rispondere a questa
vocazione. Grazie.
Domanda
Mi chiamo Omar.
Santo Padre, vorrei domandarti un milione di cose, che ho
sempre pensato di chiederti, ma oggi che posso mi rimane difficile farti una
domanda. Sono emozionato per l’evento, la tua visita qui in carcere è un
fatto molto forte per noi detenuti cristiani cattolici, e perciò più che una
domanda preferisco chiederti di permetterci di aggrapparci con te con la nostra
sofferenza e quella dei nostri familiari, come un cavo elettrico che comunichi
con il Signore Nostro. Ti voglio bene.
Risposta del Santo Padre
Anch’io ti voglio bene, e sono grato per queste parole che
toccano il mio cuore. Penso che questa mia visita mostri che vorrei seguire le
parole del Signore che mi toccano sempre, dove dice - l’ho letto nel mio
discorso - nell’ultimo giudizio: "mi avete visitato nel carcere e sono
stato io che vi ho aspettato". Questa identificazione del Signore con i
carcerati ci obbliga profondamente, e io stesso devo chiedermi: ho agito secondo
questo imperativo del Signore? Ho tenuto presente questa parola del Signore?
Questo è un motivo perché sono venuto, perché so che in voi il Signore mi
aspetta, che voi avete bisogno di questo riconoscimento umano e che avete
bisogno di questa presenza del Signore, il Quale, nel giudizio ultimo, ci
interrogherà proprio su questo punto e, perciò, spero che qui, sempre più,
possa essere realizzato il vero scopo di queste case circondariali: quello di
aiutare a ritrovare se stessi, di aiutare ad andare avanti con se stessi, nella
riconciliazione con se stessi, con gli altri, con Dio, per rientrare di nuovo
nella società e aiutare nel progresso dell’umanità. Il Signore vi aiuterà.
Nelle mie preghiere sono sempre con voi. Io so che per me è un obbligo
particolare quello di pregare per voi, quasi di "tirarvi al Signore",
in alto, perché il Signore, tramite la nostra preghiera, aiuta: la preghiera è
una realtà. Io invito anche tutti gli altri a pregare, così che ci sia, per
così dire, un forte cavo che vi "tira al Signore" e ci collega anche
tra di noi, perché andando al Signore siamo anche collegati tra noi. Siate
sicuri di questa forza della mia preghiera e invito anche gli altri ad unirsi
con voi nella preghiera, e così trovare quasi un’unica cordata che va verso
il Signore.
Domanda
Mi chiamo Alberto.
Santità, Le sembra giusto che dopo aver perso uno dopo l’altro
tutti i componenti della mia famiglia, ora che sono un uomo nuovo, e da due mesi
papà di una splendida bambina di nome Gaia, non mi concedano la possibilità di
tornare a casa, nonostante abbia ampiamente pagato il debito verso la società?
Risposta del Santo Padre
Anzitutto, felicitazioni! Sono felice che Lei sia padre, che
Lei si consideri un uomo nuovo e che abbia una splendida figlia: questo è un
dono di Dio. Io, naturalmente, non conosco i dettagli del suo caso, ma spero con
Lei che quanto prima Lei possa tornare alla sua famiglia. Lei sa che per la
dottrina della Chiesa la famiglia è fondamentale, importante che il padre possa
tenere in braccio la figlia. E così, prego e spero che quanto prima Lei possa
realmente avere in braccio sua figlia, essere con la moglie e la figlia per
costruire una bella famiglia e così anche collaborare al futuro dell’Italia.
Domanda
Santità, sono Federico, parlo a nome delle persone detenute
del G14, che è il reparto infermeria.
Cosa possono chiedere degli uomini detenuti, malati e
sieropositivi al Papa? Al nostro Papa, già gravato dal peso di tutte le
sofferenze del mondo, chiedono che preghi per loro? Che li perdoni? Che li tenga
presente nel suo grande cuore? Sì, noi questo vorremmo chiedere, ma soprattutto
che portasse la nostra voce dove non viene sentita. Siamo assenti dalle nostre
famiglie, ma non dalla vita, siamo caduti e nelle nostre cadute abbiamo fatto
del male ad altri, ma ci stiamo rialzando.
Troppo poco si parla di noi, spesso in modo così feroce come
a volerci eliminare dalla società. Questo ci fa sentire sub-umani. Lei è il
Papa di tutti e noi la preghiamo di fare in modo che non ci venga strappata la
dignità, insieme alla libertà. Perché non sia più dato per scontato che
recluso voglia dire escluso per sempre. La sua presenza è per noi un onore
grandissimo! I nostri più cari auguri per il Santo Natale, a tutti.
Risposta del Santo Padre
Sì, mi hai detto parole veramente memorabili: siamo caduti,
ma siamo qui per rialzarci. Questo è importante, questo coraggio di rialzarsi,
di andare avanti con l’aiuto del Signore e con l’aiuto di tutti gli amici.
Lei ha anche detto che si parla in modo "feroce" di voi. Purtroppo è
vero, ma vorrei dire che non c’è solo questo, ci sono anche altri che parlano
bene di voi e pensano bene di voi. Io penso alla mia piccola famiglia papale;
sono circondato da quattro "suore laiche" e parliamo spesso di questo
problema; loro hanno amici in diverse carceri, riceviamo anche doni da loro e
diamo da parte nostra dei doni. Quindi questa realtà è presente in modo molto
positivo nella mia famiglia e penso che lo sia in tante altre. Dobbiamo
sopportare che alcuni parlino in modo "feroce", parlano in modo
"feroce" anche contro il Papa, e, tuttavia, andiamo avanti. Mi sembra
importante incoraggiare tutti che pensino bene, che abbiano senso delle vostre
sofferenze, abbiano il senso di aiutarvi nel processo di rialzamento, e,
diciamo, io farò la mia parte per invitare tutti a pensare in questo modo
giusto, non in modo dispregiativo, ma in modo umano, pensando che ognuno può
cadere, ma Dio vuole che tutti arrivino da Lui, e noi dobbiamo cooperare in
spirito di fraternità e di riconoscimento anche della propria fragilità,
perché possano realmente rialzarsi e andare avanti con dignità e trovare
sempre rispettata la propria dignità, perché cresca e possano così anche
trovare gioia nella vita, perché la vita ci è donata dal Signore, con una sua
idea. E se riconosciamo questa idea, Dio è con noi, e anche i passi oscuri
hanno il loro senso per darci una maggiore conoscenza di noi stessi, per
aiutarci a diventare più noi stessi, più figli di Dio e così essere realmente
felici di essere uomini, perché creati da Dio, anche in diverse condizioni
difficili. Il Signore vi aiuterà e noi siamo vicini a voi.
Domanda
Mi chiamo Gianni, del Reparto G8.
Santità, mi è stato insegnato che il Signore vede e legge
dentro di noi, mi chiedo perché l’assoluzione è stata delegata ai preti? Se
io la chiedessi in ginocchio, da solo, dentro una stanza, rivolgendomi al
Signore, mi assolverebbe? Oppure sarebbe un’assoluzione di diverso valore?
Quale sarebbe la differenza?
Risposta del Santo Padre
Sì: è una grande e vera questione quella che Lei porta a
me. Direi due cose. La prima: naturalmente, se Lei si mette in ginocchio e con
vero amore di Dio prega che Dio perdoni, Egli perdona. E’ sempre dottrina
della Chiesa che se uno, con vero pentimento, cioè non solo per evitare pene,
difficoltà, ma per amore del bene, per amore di Dio, chiede perdono, riceve
perdono da Dio. Questa è la prima parte. Se io realmente riconosco che ho fatto
male, e se in me è rinato l’amore del bene, la volontà del bene, il
pentimento per non aver risposto a questo amore, e chiedo da Dio, che è il
Bene, il perdono, Egli lo dona. Ma c’è un secondo elemento: il peccato non è
solamente una cosa "personale", individuale, tra me e Dio. Il peccato
ha sempre anche una dimensione sociale, orizzontale. Con il mio peccato
personale, anche se forse nessuno lo sa, ho danneggiato anche la comunione della
Chiesa, ho sporcato la comunione della Chiesa, ho sporcato l’umanità. E
perciò questa dimensione sociale, orizzontale, del peccato esige che sia
assolto anche a livello della comunità umana, della comunità della Chiesa,
quasi corporalmente. Quindi, questa seconda dimensione del peccato, che non è
solo contro Dio ma concerne anche la comunità, esige il Sacramento, e il
Sacramento è il grande dono nel quale posso, nella confessione, liberarmi da
questa cosa e posso realmente ricevere il perdono anche nel senso di una piena
riammissione nella comunità della Chiesa viva, del Corpo di Cristo. E così, in
questo senso, l’assoluzione necessaria da parte del sacerdote, il Sacramento,
non è un’imposizione che – diciamo - limita la bontà di Dio, ma, al
contrario, è un’espressione della bontà di Dio perché mi dimostra che anche
concretamente, nella comunione della Chiesa, ho ricevuto il perdono e posso
ricominciare di nuovo. Quindi, io direi di tenere presenti queste due
dimensioni: quella verticale, con Dio, e quella orizzontale, con la comunità
della Chiesa e dell’umanità. L’assoluzione del prete, l’assoluzione
sacramentale è necessaria per assolvermi realmente da questo legame del male e
re-integrarmi nella volontà di Dio, nell’ottica di Dio, completamente, nella
sua Chiesa, e darmi la certezza, anche quasi corporale, sacramentale: Dio mi
perdona, mi riceve nella comunità dei suoi figli. Penso che dobbiamo imparare a
capire il Sacramento della Penitenza in questo senso: una possibilità di
trovare, quasi corporalmente, la bontà del Signore, la certezza della
riconciliazione.
Domanda
Santità, mi chiamo Nwaihim Ndubuisi, reparto G11.
Santo Padre, lo scorso mese è stato in visita pastorale in
Africa, nella piccola nazione del Benin, una delle nazioni più povere del
mondo. Ha visto la fede e la passione di quegli uomini verso Gesù Cristo. Ha
visto persone soffrire per cause diverse: razzismo, fame, lavoro minorile…
Le chiedo: loro pongono la speranza e la fede in Dio e
muoiono tra povertà e violenze. Perché Dio non li ascolta? Forse Dio ascolta
solo i ricchi e i potenti che invece non hanno fede? Grazie, Santo Padre.
Risposta del Santo Padre
Vorrei innanzi tutto dire che sono stato molto felice nella
sua terra; l’accoglienza da parte degli africani è stata calorosissima, ho
sentito questa cordialità umana che in Europa è un po’ oscurata, perché
abbiamo tante altre cose nel nostro cuore che rendono un po’ duro anche il
cuore. Qui [in Benin] c’era una cordialità, per così dire, esuberante, ho
sentito anche la gioia di vivere, e questa era una delle impressioni belle per
me: nonostante la povertà e tutte le grandi sofferenze che ho anche visto –
ho salutato lebbrosi, malati di Aids, eccetera –, nonostante tutti questi
problemi e la grande povertà, c’è una gioia di vivere, una gioia di essere
una creatura umana perché c’è una consapevolezza originaria che Dio è buono
e mi ama, ed essere uomo è essere amato da Dio. Quindi questa era per me l’impressione,
diciamo, preponderante, forte: vedere, in un Paese sofferente, gioia, allegrezza
più che nei Paesi ricchi. E questo a me fa anche pensare che nei Paesi ricchi
la gioia è spesso assente; siamo tutti pienamente occupati con tanti problemi:
come fare questo, come impostare questo, come conservare questo, comprare
ancora. E con la massa delle cose che abbiamo siamo sempre più allontanati da
noi stessi e da questa esperienza originaria che Dio c’è e che Dio mi è
vicino. Perciò direi che avere grandi proprietà e avere potere non rende
necessariamente felici, non è il più grande dono. Può essere anche, direi,
una cosa negativa, che mi impedisce di vivere realmente. Le misure di Dio, i
criteri di Dio, sono diversi dai nostri. Dio dà anche a questi poveri gioia, il
riconoscimento della sua presenza, fa sentire che è vicino a loro anche nella
sofferenza, nelle difficoltà e, naturalmente, ci chiama tutti perché noi
facciamo di tutto affinché possano uscire da queste oscurità delle malattie,
della povertà. È un compito nostro, e così nel fare questo anche noi possiamo
divenire più allegri. Quindi le due parti devono completarsi: noi dobbiamo
aiutare perché anche l’Africa, questi Paesi poveri, possano trovare il
superamento di questi problemi, della povertà, aiutarli a vivere, e loro
possono aiutarci a capire che le cose materiali non sono l’ultima parola. E
dobbiamo pregare Dio: mostraci, aiutaci, perché ci sia giustizia, perché tutti
possano vivere nella gioia di essere tuoi figli.
[01824-01.01] [Testo originale: Italiano]
Santità, mi chiamo Stefano, reparto G11
O Dio, dammi il coraggio di chiamarti Padre.
Sai che non sempre riesco a pensarti con l’attenzione che
meriti.
Tu non ti sei dimenticato di me, anche se vivo spesso lontano
dalla luce del tuo volto.
Fatti sentire vicino, nonostante tutto, nonostante il mio
peccato grande o piccolo, segreto o pubblico che sia.
Dammi la pace interiore, quella che solo tu sai dare.
Dammi la forza di essere vero, sincero; strappa dal mio volto
le maschere che oscurano la consapevolezza che io valgo qualcosa solo perché
sono tuo figlio. Perdona le mie colpe e dammi insieme la possibilità di fare il
bene.
Accorcia le mie notti insonni; dammi la grazia della
conversione del cuore.
Ricordati, Padre, di coloro che sono fuori di qui e che mi
vogliono ancora bene, perché pensando a loro, io mi ricordi che solo l’amore
dà vita, mentre l’odio distrugge e il rancore trasforma in inferno le lunghe
e interminabili giornate.
Ricordati di me, o Dio. Amen.
Dopo la preghiera il Papa ha detto:
Cari amici ho detto che tutti noi siamo figli di Dio, da figli preghiamo adesso insieme al nostro Padre, come il Signore ci ha insegnato di pregare:
Padre nostro….
Al termine della sua visita il Papa ha pronunciato le seguenti parole:
Cari amici, un cordiale grazie per questa accoglienza, auguro a tutti un buon Natale. Che un po’ della luce del Signore ci venga. Avvento è tempo di attesa: non siamo ancora arrivati, ma sappiamo che andiamo verso la luce e che Dio ci ama. In questo senso, buona domenica e anche buon Natale. Auguri! Grazie.
[01829-01.01] [Testo originale: Italiano]
[B0756-XX.04]